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Jack l’adattatore

Ci sono libri che ti lasciano senza fiato appena li sfogli, soprattutto se sono pieni di polvere e tu sei allergico.

“Jack l’adattatore” è uno di questi. In una sinfonia distorta che stordisce il lettore con la potenza di un peto vegano, si dipanano le vicende tragi-tragiche (perché qui di comico non c’è proprio nulla) del protagonista. Jack si aggira in una Londra d’altri tempi, in cui il Big Ben si chiamava ancora Little Ben e la regina Elisabetta non aveva bisogno delle calze contenitive, alla disperata ricerca di un buco in cui infilarsi. I suoi vani tentativi lo porteranno prima alla frustrazione, poi alla disperazione, e infine alla stazione, dove sfogherà la sua rabbia violenta su innocenti prostitute, colpevoli ai suoi occhi di rappresentare l’archetipo vivente del pertugio a lui negato.

Lamply dà voce al popolo dei diseredati in un noir il cui fil rouge indaga le zone grigie della società, un romanzo in cui risuona l’eco di un mondo in cui una nota stonata può rompere per sempre l’armonia interiore di un uomo.

 

L’eleganza del Miccio

“Matilda, il mio puppy, l’ha adorato, Richie invece purtroppo non sa leggere…” Chiara Ferragni
“Ma come ti vesti?”  Valeria Marini guardandosi allo specchio

In un elegante e radical chic palazzo milanese si svolge la vicenda di questo romanzo super cool che le fashion blogger hanno già fatto diventare un cult.
Una portiera sciattona ma colta e una ragazzina depressa perché non può accedere ad una carta di credito per fare shopping da sola vengono salvate dal guru del fashion, Kenzo Miccio, che aprirà loro le porte del buon gusto e del vivere bene.

Arte e filosofia?  Letteratura? Sentimenti? NO!
Esiste una sola ragione di vita: la moda. Kenzo Miccio vi trascinerà finalmente alla vera fonte della cultura e scopriremo insieme che se non spendi almeno 700 euro per un outfit non meriti di stare al mondo, così come se usi una borsa grande alla sera o se non ti metti il tacco 12 con plateau anche per andare a buttare la spazzatura.

“Hai detto braccialetti??? Si chiamano bangles, devi morire.”

[Credits to: Laura]

Tini di rabbia

Dopo il grande successo di Sete, ecco un altro romanzo dell’autore con la maggior fermentazione creativa della nostra generazione, Alejandro Barrique.

In questo libro in cui si intrecciano diverse storie, i protagonisti sono combattuti tra la voglia di bere qualcosa di buono e l’irrefrenabile pulsione alla salvaguardia personale e perché no del proprio fegato. Chi vincerà questa guerra intestina ed intestinale?

Tini di rabbia è stato scritto alla goccia, tracannando l’intera riserva di porto colheita del bar di Pedrito el Drito in quel di Panama Beach, chiringuito alle porte di Sant Boi de Llobregat. Il romanzo deriva direttamente dalla bile stessa dell’autore, un libro scritto di pancia e rivisto il mattino dopo, quando la testa non sai se è attaccata al tuo corpo o abbandonata dentro il water.

Storie di vino, vinaccia e ribellione, umorismo macabro e tristezze post prandiali, condite da una discreta dose di passito di pantelleria. Un libro bello, buono, ma da leggere con moderazione.

[Credits to: Radio Europa 76]

Fare Night 4:51

2112. Johnny ha un problema con l’alcol: non lo trova.

Il Big Government l’ha proibito e ha imposto un coprifuoco rigidissimo e, soprattutto, letterale: qualunque locale in cui venga scoperto dell’alcol viene dato alle fiamme, avventori inclusi. Johnny è una testa calda, ma sa agire a sangue freddo. Sa che potrebbe rimanerne scottato, ma pur rischiando una bruciante sconfitta è pronto a mettere le strade a ferro e fuoco per difendere ciò in cui crede: nessuno potrà privarlo del sacrosanto diritto di sbronzarsi fino a svenire, vomitarsi nelle scarpe e farsi le più cesse della città credendole delle nuove Marilyn.

“FARE NIGHT 4:51” sprizza una feroce voglia di vivere, di divertirsi, ma soprattutto di alcol. Proprio come il suo protagonista, Johnny Wolker, che porta avanti la sua personale crociata notturna, carica di commoventi rutti e memorabili vaneggi, al grido di “Il fegato è mio e lo gestisco io!”.

Dall’autore del sottovalutato “Lions in the evening, assholes in the morning”, un romanzo di deformazione che ormai sostituisce la lista cocktail dei peggiori bar di Caracas.

Sete

È il 1986 circa, il nostro protagonista Hebbè Checcè è un commerciante di vini della Franca contea sposato con la dolce Martha Vineyard. A causa di un’epidemia di astemia che ha colpito il suo paese e quelli limitrofi, si trova costretto a cercare bevitori fuori dalle terre da lui conosciute.
Così comincia un lungo viaggio a bordo di una vecchia Citroen Squalo soprannominata “Torrida”, scandito dalle soste in tutti i bar e i ristoranti e le case private che incontra. A ogni sosta la domanda è sempre la stessa: “C’è qualcuno qui che ha Sete?”

Ogni viaggio che si rispetti ha un inizio ma anche una fine. La fine è nell’albese, lontana e sconosciuta landa stretta tra la pianura e l’alto Piemonte. Qui un losco figuro che lui conoscerà sempre e solo con il soprannome di “Belsorriso”, gli presenta il vecchio bevitore Pinin Boccasciutta. È proprio grazie a questo fortuito incontro che in Hebbè si accende la speranza: Pinin dà nuova vita al protagonista, chiedendogli continuamente a gran voce “dammi da bere, ho Sete!”

Hebbè ha trovato il suo migliore acquirente e proprio mentre cerca una cabina telefonica per avvertire Martha del successo ottenuto in quel di Neive, accade l’impensabile: conosce la nipote di Pinin, la giovane e silenziosa Labella Boccasciutta, che fa breccia nel suo cuore come nemmeno l’avvento dei tappi di silicone avevano saputo fare. Labella beve, ma poco, e mentre Pinin beve come se non ci fosse domani, lei chiede, si informa, assaggia, degusta.

Purtroppo Hebbè a un certo punto finisce la scorta di bottiglie e bottiglioni e taniche che era riuscito a caricare sulla sua “Torrida”, e deve cominciare a pensare a un viaggio di ritorno verso la Franca contea per fare rifornimento da spedire al vecchio Pinin, il quale preso da smania da Sete cerca nottetempo di bere anche la, poca, bezina presente nel serbatotio della vecchia Citroen.
L’epilogo è misterioso, cosa farà Hebbè? Resterà per conquistare il palato della bella Labella o  tornare all’amore per le vigne di Martha, la dolce, che lo aspetta a casa nella Franca contea? Dirà addio a Labella o resterà  a lasciare che Pinin si stordisca di etanolo e idrocarburi?

[Credits to: Radio Europa 76]

Le interviste agli autori della madonna

Inauguriamo oggi una nuova rubrica degli Editori della Madonna: le interviste agli autori. E lo facciamo con uno dei più importanti autori contemporanei, il sudamericano Alejandro Barrique, colui che ha rivoluzionato il concetto di scrittura destrutturando la pagina e assegnando una funziona narrativa agli spazi bianchi tra le parole.
Ecco l’intervista realizzata dai nostri amici di Radio Europa 76, la trovate a partire dal minuto 12:15
Fahrinei 76 con intervista ad Alejandro Barrique »

Il buio oltre il cespuglio

Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.
Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l’importante è che tu incominci a correre.

Ma se sei zoppo? E se sei bloccato nell’arida terra rossa africana, insabbiato, interrato, praticamente un vegetale… Una storia di successo, una storia di insuccesso, una storia di peripezie e peripatetiche.

Il cespuglio, e oltre quello il buio, profondo, nero, cattivo e affilato, come i denti di terribili piante carnivore, agghindate a foggia di begonie ma in realtà pericolose come banchi di piranhas.

Riuscirà il leone Bellaeroforse, principe delle sabbie e indomito guerriero reso zoppo da un’anca sbilenca giovanile, a salvare il timido Lontra dalle grinfie delle piante carnivore che lo bramano più per i suoi denti sani che per la poca ciccia?

Il mistero si cela tra le foglie, ma anche e soprattutto tra i molari irrimediabilmente cariati delle violente Muscipale.

Il trafficante d’organi

 

Direttamente dal fiordo di Mijnkyåkeffrĕddhø, il glaciale romanzo d’esordio dell’enfant prodige norvegese sbarca nelle librerie e nei banchi dei surgelati italiani. Con un ritmo incalzante che ricorda l’Ave Maria di Schubert, la trama di questo noir così noir che più noir non si può si aggroviglia su se stessa come l’intestino di un contorsionista, fino a deflagrare in un finale da far sanguinare le gengive.

“Il trafficante d’organi” è il libro che avrebbe potuto scrivere Chuck Palahniuk se solo sapesse il norvegese, un’opera inquietante al cui confronto la trilogia di Stieg Larsson sembra essere uscita dalla collezione Harmony.

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