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Jack l’adattatore

Ci sono libri che ti lasciano senza fiato appena li sfogli, soprattutto se sono pieni di polvere e tu sei allergico.

“Jack l’adattatore” è uno di questi. In una sinfonia distorta che stordisce il lettore con la potenza di un peto vegano, si dipanano le vicende tragi-tragiche (perché qui di comico non c’è proprio nulla) del protagonista. Jack si aggira in una Londra d’altri tempi, in cui il Big Ben si chiamava ancora Little Ben e la regina Elisabetta non aveva bisogno delle calze contenitive, alla disperata ricerca di un buco in cui infilarsi. I suoi vani tentativi lo porteranno prima alla frustrazione, poi alla disperazione, e infine alla stazione, dove sfogherà la sua rabbia violenta su innocenti prostitute, colpevoli ai suoi occhi di rappresentare l’archetipo vivente del pertugio a lui negato.

Lamply dà voce al popolo dei diseredati in un noir il cui fil rouge indaga le zone grigie della società, un romanzo in cui risuona l’eco di un mondo in cui una nota stonata può rompere per sempre l’armonia interiore di un uomo.

 

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L’Asifilide

La mitologia ha lanciato per secoli un messaggio rimasto inascoltato; i poemi omerici, ormai, sono lettera morta. Ma un magistrale recupero ell’esimio filologo Menelao Lemani restituisce al nostro patrimonio culturale ciò che l’indifferenza aveva celato.

Lo studioso, pur mantenendo le debite distanze da ogni sua affermazione, mette a nudo la determinante associazione fonosimbolica tra il celeberrimo toponimo della città sepolta e un’indole altrettanto atavica e sotterranea degli esseri umani.

Ed ecco l’Asifilide: la personale, trasgressiva Iliade di Elena di Troia, di nome e di fatto, raccontata dall’insigne grecista Menelao Lemani attraverso gli occhi (e non solo) della sua protagonista femminile.

Un poema epico più vero del vero (di cui l’autore scarica ogni possibile responsabilità al lettore) in cui i personaggi mitologici vestono finalmente il ruolo di cui l’oscurantismo perbenista li aveva privati per millenni: Cagamennone il generale coprolalico, Fuckille, il guerriero biondo, eroe donnaiolo; e ancora Priapo re di Troia, noto frequentatore delle eleganti cene brianzole.

 

[Credits to Anna L.]

 

Il tombino

“Non sollevate quella grata” IT

Cosa si nasconde sotto la città che non dorme mai, Città Della Pieve?

Nefandezze e profondità maligne dell’animo umano, topi albini, cadaveri di tartarughe ninja e coccodrilli ciechi, tutti al servizio del torbido Don K Kong, scimpanzè astronauta abbandonato dopo che si scopre essere della famiglia dei bonobo. Tappatevi il naso, e inoltratevi nella lettura!

Il film tratto da questo romanzo ha fatto storia, con la magistrale interpretazione di Manuela Arcuri nel ruolo di Don K Kong… ah no, quello era “Carabinieri”

Tini di rabbia

Dopo il grande successo di Sete, ecco un altro romanzo dell’autore con la maggior fermentazione creativa della nostra generazione, Alejandro Barrique.

In questo libro in cui si intrecciano diverse storie, i protagonisti sono combattuti tra la voglia di bere qualcosa di buono e l’irrefrenabile pulsione alla salvaguardia personale e perché no del proprio fegato. Chi vincerà questa guerra intestina ed intestinale?

Tini di rabbia è stato scritto alla goccia, tracannando l’intera riserva di porto colheita del bar di Pedrito el Drito in quel di Panama Beach, chiringuito alle porte di Sant Boi de Llobregat. Il romanzo deriva direttamente dalla bile stessa dell’autore, un libro scritto di pancia e rivisto il mattino dopo, quando la testa non sai se è attaccata al tuo corpo o abbandonata dentro il water.

Storie di vino, vinaccia e ribellione, umorismo macabro e tristezze post prandiali, condite da una discreta dose di passito di pantelleria. Un libro bello, buono, ma da leggere con moderazione.

[Credits to: Radio Europa 76]

Fare Night 4:51

2112. Johnny ha un problema con l’alcol: non lo trova.

Il Big Government l’ha proibito e ha imposto un coprifuoco rigidissimo e, soprattutto, letterale: qualunque locale in cui venga scoperto dell’alcol viene dato alle fiamme, avventori inclusi. Johnny è una testa calda, ma sa agire a sangue freddo. Sa che potrebbe rimanerne scottato, ma pur rischiando una bruciante sconfitta è pronto a mettere le strade a ferro e fuoco per difendere ciò in cui crede: nessuno potrà privarlo del sacrosanto diritto di sbronzarsi fino a svenire, vomitarsi nelle scarpe e farsi le più cesse della città credendole delle nuove Marilyn.

“FARE NIGHT 4:51” sprizza una feroce voglia di vivere, di divertirsi, ma soprattutto di alcol. Proprio come il suo protagonista, Johnny Wolker, che porta avanti la sua personale crociata notturna, carica di commoventi rutti e memorabili vaneggi, al grido di “Il fegato è mio e lo gestisco io!”.

Dall’autore del sottovalutato “Lions in the evening, assholes in the morning”, un romanzo di deformazione che ormai sostituisce la lista cocktail dei peggiori bar di Caracas.

Sete

È il 1986 circa, il nostro protagonista Hebbè Checcè è un commerciante di vini della Franca contea sposato con la dolce Martha Vineyard. A causa di un’epidemia di astemia che ha colpito il suo paese e quelli limitrofi, si trova costretto a cercare bevitori fuori dalle terre da lui conosciute.
Così comincia un lungo viaggio a bordo di una vecchia Citroen Squalo soprannominata “Torrida”, scandito dalle soste in tutti i bar e i ristoranti e le case private che incontra. A ogni sosta la domanda è sempre la stessa: “C’è qualcuno qui che ha Sete?”

Ogni viaggio che si rispetti ha un inizio ma anche una fine. La fine è nell’albese, lontana e sconosciuta landa stretta tra la pianura e l’alto Piemonte. Qui un losco figuro che lui conoscerà sempre e solo con il soprannome di “Belsorriso”, gli presenta il vecchio bevitore Pinin Boccasciutta. È proprio grazie a questo fortuito incontro che in Hebbè si accende la speranza: Pinin dà nuova vita al protagonista, chiedendogli continuamente a gran voce “dammi da bere, ho Sete!”

Hebbè ha trovato il suo migliore acquirente e proprio mentre cerca una cabina telefonica per avvertire Martha del successo ottenuto in quel di Neive, accade l’impensabile: conosce la nipote di Pinin, la giovane e silenziosa Labella Boccasciutta, che fa breccia nel suo cuore come nemmeno l’avvento dei tappi di silicone avevano saputo fare. Labella beve, ma poco, e mentre Pinin beve come se non ci fosse domani, lei chiede, si informa, assaggia, degusta.

Purtroppo Hebbè a un certo punto finisce la scorta di bottiglie e bottiglioni e taniche che era riuscito a caricare sulla sua “Torrida”, e deve cominciare a pensare a un viaggio di ritorno verso la Franca contea per fare rifornimento da spedire al vecchio Pinin, il quale preso da smania da Sete cerca nottetempo di bere anche la, poca, bezina presente nel serbatotio della vecchia Citroen.
L’epilogo è misterioso, cosa farà Hebbè? Resterà per conquistare il palato della bella Labella o  tornare all’amore per le vigne di Martha, la dolce, che lo aspetta a casa nella Franca contea? Dirà addio a Labella o resterà  a lasciare che Pinin si stordisca di etanolo e idrocarburi?

[Credits to: Radio Europa 76]

Le interviste agli autori della madonna

Inauguriamo oggi una nuova rubrica degli Editori della Madonna: le interviste agli autori. E lo facciamo con uno dei più importanti autori contemporanei, il sudamericano Alejandro Barrique, colui che ha rivoluzionato il concetto di scrittura destrutturando la pagina e assegnando una funziona narrativa agli spazi bianchi tra le parole.
Ecco l’intervista realizzata dai nostri amici di Radio Europa 76, la trovate a partire dal minuto 12:15
Fahrinei 76 con intervista ad Alejandro Barrique »

Il paltò delle vanità

Carlo Brambilla è un uomo di successo: ha una carriera lanciata a Piazza Affari e vive in un attico in Via Tortona con la moglie Desirée, vetrinista alla Rinascente, e la piccola Sofia, famosa starlette di “Io Canto”.

In un’umida e nebbiosa sera di novembre, Carlo sta tornando da Malpensa in compagnia della sua amante, Consuelo Fumagalli, un’avvenente attivista appena scesa dalla torre Galfa. Mentre stanno discutendo sulla composizione della giunta Pisapia, il Cayenne maculato su cui viaggia la coppia clandestina rischia un frontale con la circolare destra, che quella sera a causa del maltempo aveva svoltato a sinistra.
Per evitare l’impatto Consuelo afferra il volante e sterza bruscamente, investendo Amilcare, una giunonica ragazza che, per motivi oscuri, sostava sul marciapiede. Carlo, sceso prontamente dall’auto per prestare soccorso, si accorge che Amilcare indossa l’ultimo modello di cappotto del noto stilista Gianni Armadi: incapace di resistere al richiamo del lusso, il broker decide di sottrarre il fine capo sartoriale alla vittima e di scappare sgommando in Viale Tibaldi.

Carlo e Consuelo pensano di farla franca e di nascondere il loro crimine, ma il giornalista d’assalto Mario Tormento riuscirà a scoprire il misfatto e smaschererà tutte le nefandezze del vile Carlo, che finirà a San Vittore, abbandonato dalla moglie per un modello di Abercrombie e dall’amante, scelta come concorrente per il Grande Fratello.

Una spietata analisi dei mali moderni, dei costumi contemporanei e della difficoltà di trovare parcheggio nell’Area C. Un altro capolavoro di Tommaso Lupo, da cui è stata tratta la fiction con un cast stellare: Gabriel Garko (Carlo), Elena Barolo (Desiré), Dakota Fanning (Sofia), Anna Safroncik (Consuelo), Pierfrancesco Favino (Mario) e uno straordinario Beppe Fiorello nel ruolo di Amilcare.

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